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Il link per ascoltare l'intervista a radio 2 (Grazie Andrea)

http://digilander.libero.it/bradanews/madblog/




  


 

Diario | Foto |
 
Diario
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2 maggio 2005


Che l’uomo fosse un animale abitudinario lo sapevo già. Infatti temevo di cadere anch’io nella trappola dell’abitudine, io che proprio abitudinario non sono. Così è stato in effetti, ma sono sicuro che l’ho fatto per questioni di comodità, di opportunità, quasi di sopravvivenza. Non avrei potuto vivere a lungo portandomi dietro tutti gli stati d’ansia con i quali sono arrivato e con quelli che l’impatto con l’India inevitabilmente assomma. Il cibo, l’acqua, le zanzare, il caldo infernale, la sporcizia diffusa, le malattie tropicali, il traffico insensibile e disumano. Tutti pensieri che mi assillavano quotidianamente, tutte paure che facevano coincidere la paura di vivere con quella di morire. Impossibile dedicare energie ad ognuna di queste cose! Col tempo ho imparato a lasciarmi andare, ho iniziato a fare delle X sulla mia lista dei pericoli incombenti, e piano piano ho imparato a vivere questa realtà, insomma mi ci sono abituato.
Sapevo anche che l’unica cosa a cui non ci si abitua è la morte, ma in India ho avuto l’impressione di familiarizzare anche con quella. La mia giovane età non mi ha permesso di vivere periodi storici in cui la vecchiaia e la morte godevano di un’attenzione particolare, e i giovani e gli anziani della stessa famiglia vivevano insieme e questo permetteva loro di fare riflessioni e di vivere appieno l’intero ciclo dell’esistenza.
Oggi né la vecchiaia, né tantomeno la morte trovano posto nella società moderna occidentale. La prima non rappresenta altro che un’offesa estetica. La seconda, vissuta ormai come un vero e proprio tabù, viene vista come una sconfitta per la medicina e per il pensiero unico scientifico dominante. Il risultato è che non si sa più invecchiare, non si sa più morire e si rischia di non saper più vivere.
Nella cultura Indiana è tipica la credenza della rinascita, che rappresenta l’obbligo, per un’anima che non abbia completato il suo ciclo di vite, di ritornare a vivere per approfondire la conoscenza del mondo. Il “livello” della nuova vita è commisurato alle esperienze fatte nelle esistenze precedenti. Un uomo può rinascere appartenente ad una casta inferiore o, se si è macchiato di colpe particolarmente gravi, in forma di animale. Questo è, in parole molto povere, il concetto di karma, perno che sostiene la teoria della reincarnazione. Il più alto fine dell’indù è raggiungere il moksha, ossia la liberazione dal ciclo di nascita e morte, attraverso la conoscenza del Brahman, l’assoluto. I monaci non fanno altro che insegnare quali siano i comportamenti migliori per non tornare in vita.
La reincarnazione quindi viene sempre vista come una cosa negativa, in quanto testimonia l’incapacità dell’individuo di accostarsi al Brahman. Ed io ho avuto quasi l’impressione che siccome ogni indiano fondamentalmente non avrebbe voluto nascere, egli finisca per vivere come chi non vorrebbe vivere. A volte ho avuto la sensazione che parte della società in cui sto vivendo sia mossa da una sorta di impulso mortale latente.
Solo col passare del tempo mi sono reso conto che si tratta “solo” di una concezione radicalmente diversa della realtà e dell’esistenza. Concezione che agli occhi di un occidentale appare senza senso e soprattutto che trascura l’idea, per noi ossessionante, del futuro. La nascita e la morte per un indiano non sono altro che momenti di mutamento nell’eterno flusso della vita, e poiché tutto ciò che muta non è realtà ma pura illusione, egli aspira a liberarsi dalla schiavitù dell’io e dai suoi desideri per riconoscersi come parte di un’esistenza che non ha né nascita, né morte.
Mi ero ormai assuefatto all’idea di vivere proiettato tra le possibilità del futuro piuttosto che nell’attualità del presente, a fare qualunque cosa in funzione di un probabile avvenire, e il confrontarmi con la precaria quotidianità Indiana, con il loro rimandare le cose spiacevoli sempre a domani, con il loro essere sempre in ritardo, il loro mostrarsi sempre estremamente possibilisti, il costruire qualunque cosa in maniera provvisoria, mi ha violentemente sbattuto in faccia l’immanente transitorietà dell’esistenza a cui, troppo distratto dal costruire il mio futuro, non pensavo ormai da tempo.
Questo mio paradossale accostare l’idea di morte a delle esistenze vivacemente protese verso il quotidiano, il temporaneo, credo che riveli, per alcuni versi, l’entità delle differenze culturali con cui mi sto confrontando. Differenze che mostrano la loro reale portata proprio nei frangenti come questo, in cui audacemente cerco di ingabbiare alcune dimensioni dell’illogicità indiana in due parole.


Scritto per sacripante.it




permalink | inviato da il 2/5/2005 alle 11:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (25) | Versione per la stampa

16 marzo 2005

Tecnologie, costumi e tradizioni

Se io ho questo nuovo media, la possibilità cioè di veicolare

un numero enorme di informazioni in un microsecondo,

mettiamo caso ad un aborigeno dalla parte opposta del pianeta.

Ma il problema è: “abboriggeno, io e te, che cazzo se dovemo di’!”

 

Credo che questa gag di Guzzanti sia stata ricordata nei giorni immediatamente successivi allo tsunami che ha devastato le coste di molti paesi asiatici. L’obiettivo era evidentemente  sottolineare come in un mondo unificato dal capitale transnazionale e da una fittissima rete telematica, rimangono grosse difficoltà di comunicazione. Ad oggi non e’ ancora chiaro se, dopo il terremoto, l’allarme sia giunto ai paesi che da li a poco sarebbero stati colpiti dall’onda. E’ chiarissimo perà che la maggior parte delle persone rimaste uccise si poteva salvare. E’ sufficiente riflettere sul fatto che lo Sri Lanka e’ stato raggiunto dallo tsunami circa due ore e mezzo dopo il terremoto, e che sarebbe bastato allontanarsi dalla costa qualche centianio di metri.

Secondo alcuni, molti dei paesi colpiti erano stati avvisati del pericolo e sembra certo che qualcuno c’ha almeno provato ad inviare messaggi di allerta. Evidentemente in questo caso Guzzanti e l’aborigeno avrebbero avuto qualcosa da dirsi e forse qualcosa se la sono detta davvero. In questo caso, sicuramente non si sono capiti. Magari qualcuno dal Pacifico ha parlato di tsunami e di gradi Richter al povero impiegato che in quel momento si trovava negli uffici del servizio meteorologico tailandese, e quello chissà cos’ha capito.

Dobbiamo prendere atto che l’evoluzione tecnologica non risolve in alcun modo il vero problema della comunicazione umana, non ci insegna le parole giuste da dire e soprattutto non ci fa vincere l’ignoranza. E’ paradossale che in un’epoca ossessionata dalla comunicazione, dove davvero quotidianamente vengono scambiate milioni di informazioni da ogni angolo remoto della terra, sia impossibile comunicare un pericolo del genere.

A mio avviso, il vero problema e’ che il mondo e’ solo formalmente unificato e globalizzato. Lo e’ nelle procedure standard, nei rapporti d’affari, nelle prenotazioni degli hotel a mille stele, nelle transazioni finanziarie. E ogni scambio di questo tipo avviene attraverso un terminale, che si tratti di un computer o un telefono cellulare, e con l’utilizzo di codici, di sigle e di numeri che attengono più al terminale stesso che alla comunicazione umana.

Da notare che molte di queste tecnologie sono state catapultate in questi paesi da noi occidentali dopo esserci presi la briga di spiegare per bene a questa gente, che se si trovano in condizioni di povertà e di arretratezza lo devono al loro passato, alle loro tradizioni che rendono difficile il progresso. E loro giustamente, guardando le nostra grassa civiltà, hanno preso tutto e l’hanno buttato nel calderone. Stanno distruggendo tecniche, tradizioni e filosofie tramandate per millenni, le stesse tecniche che forse avrebbero permesso ai pescatori di mettersi in salvo. Una popolazione indigena, che vive senza avere contatti col mondo esterno su un’isola dell’arcipelago delle Andamane, ha previsto l’onda anomala in tempo senza alcun mezzo tecnico. Sulla costa dello Sri Lanka, dove sono morte decine di migliaia di persone, nessuna carcassa delle centinaia di elefanti, leopardi, cinghiali selvatici, lepri e conigli che affollavano lo Yala National Park, è stata trovata.

Venendo a vivere in India mi aspettavo di vedere un Paese ancora in grado di resistere all’ondata di materialismo che sta invadendo il mondo, credevo che avrei avuto a che fare con gente che avesse altre aspirazioni oltre quella di correre verso la modernità dell’occidente, speravo di assistere all’affermazione di nuovi modelli, di nuove alternative. Guardandomi intorno vedo invece uno sviluppo impazzito, un abbrutimento generalizzato dove l’unica grandezza di riferimento è il dollaro. I giovani indiani che, insieme ai panni occidentali, portano indosso tantissime contraddizioni figlie di un’identità perduta. Umiliati dal confronto con l’occidente e senza più niente a cui rifarsi, non sognano che di diventare americani o europei. Stanno spendendo la loro vita parlando una lingua, indossando abiti, ascoltando musica, leggendo libri e mangiando cibi che non sono loro. In definitiva, credo che abbiano intrapreso la strada per perseguire una meta illuminata da un’illusione altrui.

Nonostante quest’apparente omologazione che dovrebbe portarci tutti a parlare la stessa lingua, a comunicare in maniera piu’ semplice e diretta, evidentemente rimane un abisso tra cio’ accade e come lo comunichiamo. Anche i nostri modelli, i nostri ideali e le nostre illusioni, sono state recepite ed interpretate nella maniera peggiore possibile.

Mi chiedo se vale davvero la pena perdere tutte quelle millenarie tradizioni, quei modelli che forse avrebbero potuto rappresentare un’alternativa quantomeno per quel che riguarda fantasia e creatività. E ancora mi domando se mai un progresso tecnologico integralmente importato possa essere considerato progresso umano e se una tecnologia piuttosto che un’altra possa mai darci alcuna indicazione sul senso della vita, su cosa sia buono o cattivo, bello o brutto, giusto o ingiusto.

  Scritto per sacripante.it                           




permalink | inviato da il 16/3/2005 alle 9:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (13) | Versione per la stampa

8 marzo 2005

Intervista a Radio 2 - Atlantis

Radio 2 mi ha fatto una breve intervista e domani, mercoledi’ 9 marzo, dovrebbe andare in onda alle 17.30 circa ora italiana. Il programma si chiama Atlantis ed inizia alle 16.30 quindi, qualora vogliate ascoltarmi, sintonizzatevi su Radio 2. Anzi, sintonizzatevi e basta! J




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7 marzo 2005

Cara DonNa....

Cara donNa,

Non sono poi cosi’ contento di essere entrato a far parte del tuo immaginario sotto forma di “copia di mille riassunti”. Sono per te una sorta di sommatoria di caratteristiche ed attributi tra l’altro presunti.

Riguardo all’uomo dalle spalle larghe di De Gregori, come avrai letto nel post, al momento dell’arrivo dello tsunami stavo proprio aspettando il mio caffe’, ma il cameriere aveva trovato un ottimo motivo per scappare ed io non ho potuto fare altro che alzarmi il bavero rinunciando questa volta a correggere il caffe’.

A proposito invece dell’incontro con il mio amico, dovresti sapere che tra “insolito” e “fatale” esiste un guado che non riuscirai a saltare mettendoci un “romantico” in mezzo, almeno discutendo col sottoscritto. Ho trovato molto piu’ interessante e carino raccontare dell’incontro con un amico d’infanzia all’Ambasciata d’Italia a Nuova Delhi piuttosto che dell’incontro con Montezemolo (con tutto il rispetto per il pluripresidente Luca Cordero), di offshoring e di congiunture economiche. Per questi temi ti consiglierei IlSole24Ore. Insomma, come vedi non mi sottraggo! Per cui, puoi immaginarmi come una somma aritmetica e non algebrica dei suddetti presunti attributi.

Da notare che ti ho riservato lo spazio di un post per rispondere ad un tuo commento. Del resto come avrei potuto non dare importanza ad una persona che si firma con quell nome….donNa.




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23 febbraio 2005

Dalla "siloca" a Nuova Delhi

Che in India si fanno incontri insoliti ormai mi pare evidente. Mi sorprendo pero’ a riflettere sulla definizione di “evento insolito”.  Cosa e’ insolito e cosa invece non lo e’. Ecco, per quanto mi riguarda un evento e’ insolito quando le circostanze reali  superano, oltrepassano le circostanze immaginarie ed immaginate dell’evento stesso. Forse la mia fantasia non e’ poi cosi’ fervida, e mai avrei potuto immaginare cio’ che ho vissuto la settimana scorsa.

Dunque, inizio dalla fine. La sera di martedi’ 15 febbraio mi sono ritrovato, insieme a Presidenti, Ministri e funzionari, alla cena che l’Ambasciatore d’Italia in India ha offerto in onore del Presidente Ciampi, che era in visita ufficiale in India insieme ad una nutrita delegazione di Confindustria. Tutto molto bello e sicuramente insolito, ma non sarebbe interessante se non fosse curiosamente legato a cio’ che e’ stato l’inizio.

Ho trascorso l’infanzia e l’adolescenza nel mio paese natio, una cittadina della Calabria con vista sul mar tirreno. E ho avuto la fortuna di crescere in strada insieme ad un folto gruppo di miei coetanei. Una piccola banda di delinquenti. Porto ancora con me i ricordi dei pomeriggi caldi e assolati, quando non si riesce a sentire altro che il canto delle cicale, trascorsi a dare la caccia alle lucertole o a giocare alla “siloca”. E nelle pause andare a farsi un panino dalla “signora Rafela” , e mentre lei affetta il companatico rubare caramelle e cioccolate a pacchi.

E poi la sera partite di Pallone, ovviamente “a porticeddhi”, perche’ mai nessuno voleva stare in porta. E poi sull’asfalto e’ dura fare il portiere. Quando lo scirocco lasciava finalmente il posto al vento piu’ fresco proveniente da terra, tutti coloro che sui balconi aspettavano il “cambio di guardia”,  finalmente potevano andare a letto. E a questo punto davamo piglio a pietre e fionde per spegnere i lampioni che illuminavano la strada, risparmiando giusto quei due che delimitavano quello che era il nostro campo da gioco.

Ora voi giustamente vi chiederete: “ Ma che c’entra la signora Rafela con Montezemolo? E cosa i lampioni con Ciampi?” Ed io vi dico che c’entrano! Perche’ uno di quei piccoli delinquenti era insieme a me a Delhi. Facendoci seguire traiettorie diverse i nostri destini ci avevano portati entrambi in India e ci eravamo dati appuntamento a Delhi per quest’evento. Beh, poi ancora il fato ha voluto che ci incontrassimo casualmente sullo stesso aereo. Incredibile!

Insomma l’incontro con il mio amico Massimo e’ stato romantico e quasi commovente. Non fosse stato per il fatto che tutt’ora casa mia dista 30 metri dalla sua, mi sarei lasciato andare alle lacrime.

Adesso che ci penso non sarebbe stato male portare due fionde in Ambasciata e prendere a colpi di bocconcini di mozzarella il Ministro Marzano! Giusto per ricordare i vecchi tempi!




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4 febbraio 2005

Uno e molti



 

Io e la solitudine abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto. Non so spiegare bene perché, ma ho sempre pensato che i momenti di solitudine rappresentassero per lo spirito ciò che una dieta rappresenta per il corpo. Per cui mi sono sempre impegnato per riuscire a trovare ritagli di tempo per stare da solo. E con il termine “solo” non intendo isolato da mondo. Si può essere soli in mezzo a milioni di persone e osservare, annotare sensazioni, registrare odori senza interagire con nessuno.

Dopo i primi giorni vissuti in India, con la prospettiva di trascorrerci molti mesi, ho pensato che questo sarebbe stato un lungo periodo di dieta. Ma si sa, una dieta presuppone costanza e attitudine a coltivare abitudini. Caratteristiche che non ho mai avuto, se non nell’ostinarmi a cercare la via energeticamente più economica per fare le cose. Per cui ho creduto che qui avrei speso poche energie per poter starmene da solo, e che anzi avrei dovuto impegnare buona parte del mio tempo per cercare di instaurare rapporti con altri esseri umani. Avrei avuto relazioni con persone sconosciute, parlato una lingua che non mi avrebbe permesso di esprimere concetti complessi, vissuto senza il frastuono della tv e senza le voci cicaleggianti degli spot pubblicitari.


Adesso risulta evidente che mi sbagliavo. I miei sforzi per trovare attimi di riflessione si sono quintuplicati. Chennai è una città di sette milioni di abitanti dove ormai si vive ben al di la della soglia di sostenibilità. La sopravvivenza non è un dato di fatto, non è data per scontata ma è una delle tante possibilità, e io vengo spesso visto come un’opportunità. Qualcuno mi ferma per strada chiedendomi il numero di telefono perché ha bisogno di un’improbabile traduzione dall’inglese all’italiano, altri cercano di vendermi qualcosa, altri ancora mi fermano apparentemente solo per chiacchierare o per offrirmi la loro disponibilità per risolvere qualunque mio problema. I guidatori di rickshaw fanno a gara per avermi come cliente, alcuni perché sanno che valgo qualche rupia in più, altri per scaramanzia, perché credono che la mia presenza a bordo del loro rickshaw sia di buon auspicio.


A questa situazione va aggiunta la predisposizione degli indiani ad essere servili. Non posso più avere il piacere di stare a tavola con degli amici senza avere una flotta di camerieri che osserva e prontamente interviene quando c’è un piatto da portare via o un bicchiere da riempire. Per i primi giorni, quando arrivavo in ufficio, gli uomini che stanno di guardia all’ingresso si alzavano in piedi al mio passaggio. Ho trovato il coraggio di dirgli che potevano anche stare seduti e credo di avergli dato un dispiacere. Neanche il bagno è un luogo di privacy. La notte di capodanno l’ho trascorsa in un hotel a mille stelle. Prima di cena chiedo dov’è la toilette e mi avvio. Un uomo di servizio mi insegue quasi correndo per aprirmi la porta del bagno. Faccio per lavarmi le mani e mi apre il rubinetto dell’acqua, mi volto sulla destra per prendere il sapone ed è ancora lui a premere il pulsante per il sapone, sempre lui a chiudere il rubinetto e a darmi un’asciugamani. Gli ho dato 10 rupie ringraziandolo per essersi astenuto dal “tenermelo” mentre pisciavo.


Tutto ciò mi distrae dal contesto e limita le mie possibilità di osservazione e di riflessione. Inoltre mi induce a tentativi di omologazione. Per non essere oggetto di attenzioni particolari cerco in qualche modo di confondermi con loro, magari provando a mangiare con le mani o pronunciando qualche parola in tamil. E non so se questo è un bene. Potrei lentamente rinunciare alla mia condizione di “osservatore straniero”, ma il fatto di essere cosciente del rischio spero che non mi faccia abbassare la guardia.


Certo è strano se penso che in questo momento sono alla ricerca di quell’anonimato che normalmente ognuno di noi fa fatica ad accettare. All’improvviso non sono più “uno dei tanti”, e tutto sommato questa condizione non mi piace. Mi fa sentire “solo” nei rapporti con moltissime persone, e nel contempo non riesco a stare con me stesso, faccio fatica ad osservare,  riflettere e metabolizzare. Sto parlando di una situazione in cui non riesci ad essere ne con gli altri, ne con te stesso. Sto parlando di questa solitudine, una solitudine da scacciare, da tenere lontana.


Scritto per  www.sacripante.it



 


 


 


 




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31 gennaio 2005

Motivation program for tsunami affected children









 








 






 

 

 


L’appuntamento era per sabato mattina alle 8 in punto a casa di Hubert. Ed io alle 8 del mattino ero li, al numero 5 di Buddha road, dove ho incontrato alcuni dei ragazzi che abitualmente frequento qui a Chennai. C’era Mikael, un francese che e’ stato qui a Chennai prima come trainee e adesso come employee. E nonostante percepisca uno stipendio europeo, veste come uno straccione e vive in una bettola al quarto piano di una palazzina sgangherata. Aldo, un simpatico ragazzo Boliviano che e’ qui da qualche settimana. Riesce a comunicare molto poco in inglese e si porta dietro un fardello di malinconia che noi latini conosciamo benissimo. E’ sempre contento di vedermi perche’, bene o male, riesce a comunicarmi qualcosa in spagnolo. E poi Vala, Heloise, Anna e Michelle, rispettivamente islandese, gallese, svedese e taiwanese. Ragazze che ancora non ho ben capito cosa ci facciano qui. Ognuna con la sua storia da raccontare e nessuna ansia di vivere. Ovviamente c’era anche Hubert, un’omone indiano grasso e peloso che indossava una disgustosa camicia viola e un paio di mitici rayban a goccia. Era contessimo di vederci tutti li ed eccitatissimo per quello che insieme avremmo fatto quel sabato mattina. Il tempo di presentarci la sua signora e partiamo. Tutti sulla stessa jeep, noi, Hubert, il suo assistente e un calderone di byriani. Abbiamo percorso una trentina di chilometri verso nord, lungo i quali si vedono case, capanne e palazzi senza soluzione di continuita’, fino ad arrivare in uno dei piccoli villaggi all’estrema periferia nord di Chennai. Siamo a 30 metri dal mare, e qui lo tsunami ha colpito duro. Lo si capisce dai cadaveri delle imbarcazioni dei pescatori e dai troppi uomini che trascorrono la loro giornata a non fare niente.

Finalmente entriamo nel cortile di una scuola elementare e da li, insieme alla direttrice, ci muoviamo per raggiungere i bambini con i quali avremmo trascorso la giornata giocando. Siamo qui per partecipare ad una delle giornate del “Motivation program for tsunami affected children”. Prima di raggiungere la nostra classe, passiamo attraverso le aule piene di bimbi seduti per terra che ascoltano la maestra mentre fa l’appello, e dalle finestre che danno sul corridoio che stiamo percorrendo ci guardano esterrefatti e increduli. Arriviamo nella nostra aula e Hubert, dopo una breve presentazione, da il via ai giochi. Se ci penso mi viene ancora da ridere! Mi sono divertito da morire. Dopo tanti anni ho giocato a “un, due, tre stella!”(anche in India giocano ad un due tre stella!!), ho disegnato con i colori di cera e fatto un sacco di quei giochi stupidi dove si  battono le mani  cantando una qualche filastrocca senza senso. Ho provato a imparare qualche passo di danza tamil, mentre due ragazzini suonavano una sedia di plastica e una bambina appena undicenne ballava gia’ divinamente. Ma io sono notoriamente negato per le danze in genere e quindi si sono fatti un sacco di risate.

Insomma c’eravamo quasi dimenticati dello tsunami e della morte. Ma l’ultimo gioco e’ stato il disegno libero e quasi tutti i bimbi hanno disegnato un mare enorme, capanne distrutte e uomini in mezzo al mare. Ognuno di loro aveva perso qualcuno il 26 dicembre, chi il padre, chi la madre, qualcun altro un fratellino o una sorellina. Vedere tutti quei bambini disegnare la morte in maniera apparentemente quasi  distaccata e’ stato uno dei momenti piu’ toccanti, e ho pensato, ho sperato che quei disegni potessero essere in qualche modo catartici per questi bimbi.

Ci hanno salutati commossi, Hubert era al settimo cielo e Aldo dormiva per terra. Aveva finito di lavorare alle 6 del mattino e alle 8 era a casa di Hubert. I bambini avevano fatto il resto.




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13 gennaio 2005

Terzani e l'India

“Una buona occasione nella vita si presenta sempre. Il problema è saperla riconoscere e a volte non è facile”.


E’ l’incipit del libro che ho appena finito di leggere, “Un indovino mi disse” di Terzani. Nel 1976, un vecchio indovino cinese avverte l’autore: “Attento, nel 1993 rischi di morire. In quell’anno non volare. Non volare mai!” Sedici anni dopo l’avvertimento, Terzani decide di trascorrere il 1993 viaggiando per il continente asiatico senza mai volare. Quella che si presentava come una maledizione, diventa un’occasione di vita irripetibile. Grazie a quella profezia, Terzani riuscirà a vedere posti, cose e gente che altrimenti non avrebbe mai visto. Inizierà l’anno mangiando una frittata di uova di formiche rosse nella foresta del Laos e terminerà il suo viaggio seduto su un cuscino da meditazione in un ritiro buddista diretto da un americano ex agente della CIA.


Lessi la prima pagina di questo libro quando ancora mi trovavo in Italia e mi era già stata prospettata la possibilità di questa esperienza in India. L’incipit mi parve come una sorta di profezia, come uno dei tanti consigli del fato. L’India stessa non me l’ero andata a cercare, mi era quasi piovuta dal cielo e mi aveva lasciato con mille dubbi, perplessità e paure. Vivevo la possibilità del viaggio in India quasi come un imprevisto.


Le prime pagine del libro in qualche modo mi illuminarono. Lo stesso Terzani, come lo ha definito una mia collega, era un uomo illuminato. Presi la decisione di partire così, quasi su due piedi, convinto che l’occasione s’era presentata e io l’avevo riconosciuta. I Wu Ming la chiamerebbero “Attitudine a valutare correttamente l’imprevisto. Essere disposti a trovare ciò che non si stava cercando”. 


Forse e’ stata questo tipo di attitudine a spingere me e il fantasma di Terzani fin qua giu’. Gia’, proprio come il fantasma di Ossendowski accompagno’ Terzani durante la visita ad Ulan Bator,  adesso e’ Tiziano a tenermi compagnia in India. Egli termina il suo racconto dicendo che si sarebbe trasferito in India e che sarebbe venuto a Madras a visitare un tempio dove pare siano scritte le vite di tutti gli uomini, ognuna su una foglia di banano. Mi piace pensare che a visitare il tempio di Madras non ci sia mai andato e che adesso e’ contento di essere qui con me perche’ sa che prima o poi lo portero’ a leggere la sua foglia di banano.




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6 gennaio 2005

Maria Cuffaro a Madras

Mi dicono che da qualche giorno qui a Madras c’è l’inviata del tg3 Maria Cuffaro. Mi dicono anche  che manda messaggi di allarme, di rischi incombenti, di disorganizzazione del governo indiano nella gestione degli aiuti e via dicendo. Premetto che queste sono notizie che mi arrivano di riflesso. Non ho il piacere di seguire i vostri (nostri) telegiornali in questo periodo, ma leggo ogni mattina i quotidiani qui a Chennai.

Pare che ieri la Cuffaro sia stata a Nagapattinam, una delle zone più colpite del Tamil Nadu, e abbia scoperto che gli abitanti del villaggio dei pescatori per protesta si rifiutano di accettare gli aiuti in attesa che vengano ricostruite le loro abitazioni. E’ vero che in questo momento il problema più grande per questa gente è la casa. E’ altresì vero che l’India degli aiuti in termini di cibo, vestiti e medicinali non sa cosa farsene. Lo Stato indiano possiede tutti gli strumenti, organizzativi e finanziari, per far fronte all’emergenza.  I pescatori lasciano i vestiti e il cibo in strada non per protesta ma perché ne hanno già abbastanza. Questo è un paese pieno di cibo. Si cucina ad ogni angolo di strada, si mangia con 4 soldi e anche il più poveraccio getta via gli avanzi. I medicinali costano un sesto rispetto all’Europa e agli Stati Uniti. Di vestiti ce ne sono a tonnellate. Siamo noi in genere a comprare sete e cotoni da loro.

Probabile che la Cuffaro abbia omesso tutto cio’. Probabile che abbia omesso di raccontare che sia qui a Chennai che a Nugapattinam alcuni pescatori sono gia’ tornati in mare a fare il proprio lavoro e i loro figli a giocare in spiaggia.

Con cio’ non voglio affatto dire che non sia successo niente, tanto meno mettere in croce la Cuffaro. Voglio dire che molte delle tv e dei giornali sono solo interessati a fare la conta dei morti. Appena finito di contare, come al solito si dimenticheranno dei sopravvissuti. Sono tutti protesi a raccontare come si sarebbe dovuta gestire la situazione, ad insegnare agli indiani come si dovrebbe ricostruire, a paventare epidemie di ogni genere. Consiglierei a tutti questi “consiglieri” di recarsi in Irpinia per vedere come noi italiani siamo stati bravi a ricostruire e a gestire gli aiuti.

Sarei curioso di sapere se la Cuffaro ha speso due parole per dire che qui a Madras la situazione e’ normalissima e non ci sono disagi. Mi piacerebbe che voi visitatori del blog, mi riferiste alcune delle impressioni sulle notizie che vi vengono proposte in Italia riguardo questa parte di India. Credo che questo scambio possa far riflettere tutti noi sulla funzione e sul potere dei media.




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3 gennaio 2005

Quando si dice che il mondo e' piccolo

 E’ ormai evidente che devo lasciarmi andare al caso! Io ho provato a pianificare, ad organizzare, ma il caso ha condotto finora tutto comportandosi da padrone. Ho cercato di oppormi ma non ho avuto molto successo. E cosa fa il caso per dimostrarmi una volta per tutte che è lui a condurre il gioco, a muovere le pedine, a fare il bello e il cattivo tempo? Cosa mi organizza per convincermi che ogni suo intervento non lascia il tempo che trova? Come se la “tonnara di passanti” di qualche giorno fa non fosse bastata, adesso mi fissa un appuntamento con due Professoresse dell’Università di Bologna, una delle quali è stata mia insegnante qualche anno fa. Ma il signor “caso”, a quanto pare, ama fare le cose in grande, e dunque si prende la briga di farmi incontrare due docenti che dello studio del “caso” hanno fatto la loro professione. Qual’è la probabilità di incontrare “casualmente” a Chennai la propria Prof di statistica e la sua collega? E che probabilità c’è di beccarsi il primo tsunami della storia dell’India? E ancora, quante probabilità che questi due eventi si verifichino nella stessa settimana della vita di una persona? Domande difficili anche per chi si occupa di probabilità, ma di certo i due eventi non sono correlati e non c’è dubbio che il secondo, in senso cronologico, è stato di gran lunga più piacevole del primo.


Forte sensazione nel vedere una persona che non ti aspetti in un contesto completamente diverso da quello in cui l’hai conosciuta. Siamo stati in giro per la città, a visitare quel poco che c’è da vedere a Chennai. Poi insieme a cena a fare chiacchiere e a stupirci dell’insolito incontro.


Ho finito da poco l’Universita’ e ho ancora un’idea quasi mitica della figura del Professore (o almeno di quei pochi che ti lasciano un segno, quelli di cui ti ricordi il nome, il viso e qualche frase detta a lezione), e ripensarmi in questo contesto mi ha molto divertito. Avessi avuto ancora il libretto universitario avrei chiesto alla Prof.ssa Giovagnoli e alla Prof.ssa Cocchi ancora un’altra firma, magari per un altro 27.




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marzo